Negli ultimi anni abbiamo imparato a misurare quasi tutto.
Misuriamo i consumi energetici di un edificio, le prestazioni degli impianti, i tempi dei processi, gli accessi, la temperatura, l’umidità. Raccogliamo quantità enormi di dati per capire se un’organizzazione sta funzionando correttamente e dove può essere migliorata.
Quando parliamo di qualità dell’aria indoor, però, la questione diventa più complessa.
La domanda apparentemente più semplice è: possiamo misurarla?
La risposta è sì.
Ma il punto interessante è un altro: che cosa significa realmente misurare la qualità dell’aria di un ambiente?
La qualità dell’aria non è un numero
Uno degli errori più comuni è immaginare che la qualità dell’aria possa essere rappresentata da un unico valore.
In realtà un ambiente indoor è un sistema dinamico.
Le sue condizioni cambiano in funzione del numero di persone presenti, della ventilazione, delle attività svolte, delle caratteristiche dell’edificio, degli impianti, delle condizioni esterne e persino del momento della giornata.
Un ufficio alle 7 del mattino non è necessariamente lo stesso ambiente alle 11.
Una sala riunioni vuota non presenta le stesse condizioni della stessa sala utilizzata da dieci persone per due ore.
Un terminal aeroportuale, uno stabilimento industriale o una struttura sanitaria possono mostrare variazioni ancora più significative durante la giornata.
Per questo una misurazione isolata racconta qualcosa.
Ma non necessariamente racconta tutta la storia.
Cosa possiamo osservare
Esistono diversi parametri che possono contribuire alla valutazione delle condizioni dell’aria indoor.
Tra quelli comunemente monitorati troviamo, ad esempio, concentrazione di anidride carbonica (CO₂), particolato atmosferico, composti organici volatili (VOC), temperatura e umidità relativa.
A seconda del contesto possono essere rilevanti anche altri parametri e contaminanti specifici.
È importante però comprendere che nessun indicatore, preso singolarmente, può descrivere in modo universale la qualità complessiva di ogni ambiente.
La CO₂, ad esempio, viene frequentemente utilizzata negli ambienti occupati come indicatore utile per comprendere il rapporto tra presenza delle persone e ventilazione. Non è però un “misuratore universale” della qualità dell’aria.
Allo stesso modo, conoscere temperatura e umidità è importante, ma questi due valori da soli non ci dicono tutto ciò che accade nell’ambiente.
La misurazione acquista quindi valore quando i diversi dati vengono interpretati nel loro contesto.
Il dato senza contesto può essere poco utile
Immaginiamo di leggere sul display di un sensore un determinato valore di CO₂.
È alto? È basso? È normale?
Per rispondere dobbiamo sapere almeno dove ci troviamo, quante persone occupano lo spazio, quale attività stanno svolgendo, come viene ventilato l’ambiente e come quel valore si è modificato nel tempo.
È questa una delle differenze fondamentali tra raccogliere dati e produrre informazioni.
Un sensore raccoglie un dato.
Un sistema di gestione dovrebbe aiutarci a comprenderne il significato.
La distinzione non è secondaria.
Oggi la disponibilità di dispositivi di monitoraggio è molto più ampia rispetto al passato. Il vero valore, però, non risiede necessariamente nella quantità di numeri che possiamo visualizzare su una dashboard.
Risiede nella capacità di trasformare quei numeri in indicazioni utili per prendere decisioni.
Dove misuriamo conta quanto cosa misuriamo
C’è poi un altro elemento spesso sottovalutato: la posizione della rilevazione.
Gli ambienti non sono necessariamente omogenei.
La qualità dell’aria può variare tra aree dello stesso edificio e, in determinate condizioni, persino all’interno dello stesso spazio.
Ingressi, finestre, sistemi di ventilazione, fonti di emissione, densità delle persone e configurazione degli ambienti possono influenzare le rilevazioni.
Un dato ottenuto in un punto non può quindi essere automaticamente esteso a qualsiasi altra area dell’edificio.
Per una valutazione significativa occorre partire dalla struttura, dai flussi e dall’utilizzo reale degli spazi.
Ancora una volta emerge un principio semplice:
prima dello strumento viene la conoscenza dell’ambiente.
Anche il tempo è una variabile
Una fotografia può essere perfettamente nitida e, allo stesso tempo, non raccontare ciò che è accaduto durante l’intera giornata.
Lo stesso vale per una misurazione ambientale.
Un controllo effettuato in un determinato momento fornisce un’informazione relativa a quel momento.
Ma negli ambienti caratterizzati da flussi continui, occupazione variabile e attività prolungate, può diventare molto più interessante osservare l’andamento dei parametri nel tempo.
È la differenza tra un valore e una tendenza.
Sapere che un parametro ha raggiunto una determinata soglia può essere utile.
Capire quando accade, con quale frequenza, per quanto tempo e in quali condizioni può esserlo molto di più.
La continuità della misurazione permette quindi di iniziare a leggere il comportamento dell’ambiente.
E quando comprendiamo il comportamento di un sistema, possiamo iniziare a gestirlo meglio.
Misurare non significa automaticamente proteggere
Esiste però una distinzione fondamentale.
Monitorare un ambiente e intervenire sull’ambiente sono due attività diverse.
Un sistema di monitoraggio può segnalare una variazione delle condizioni. Questo non significa che quella variazione venga automaticamente corretta.
È un principio che conosciamo bene in molti altri settori.
Il termometro misura la temperatura, ma non la modifica.
Un sistema di diagnostica industriale identifica un’anomalia, ma serve un processo capace di gestirla.
Allo stesso modo, nella qualità dell’aria il monitoraggio rappresenta una componente importante, ma deve essere inserito all’interno di una strategia più ampia.
Misurare serve a sapere. Gestire significa decidere cosa fare con ciò che abbiamo misurato.
Dal monitoraggio alla gestione
È probabilmente questo il passaggio più interessante per le organizzazioni.
La tecnologia ci permette oggi di raccogliere informazioni che in passato erano difficili o costose da ottenere con continuità.
Ma la disponibilità del dato non coincide automaticamente con una migliore gestione.
Occorre definire parametri, criteri di lettura, frequenze, responsabilità e procedure di intervento.
Occorre soprattutto collegare ciò che accade nell’aria con ciò che accade nell’ambiente.
Quante persone erano presenti?
Quali attività erano in corso?
Gli impianti funzionavano normalmente?
Il fenomeno si ripete?
Riguarda un’area specifica o l’intero edificio?
Sono domande apparentemente semplici, ma rappresentano il passaggio dalla misurazione alla conoscenza.
La qualità dell’aria come processo
Se consideriamo la qualità dell’aria una componente dell’infrastruttura di un edificio, come abbiamo fatto nei precedenti approfondimenti AIREVO, anche il modo di valutarla deve evolvere.
Non più soltanto controlli occasionali.
Non semplicemente sensori che producono numeri.
Ma un processo composto da più elementi:
osservare, misurare, interpretare, intervenire e verificare.
La misurazione diventa così il punto di partenza di un sistema di gestione.
Ed è forse questo il cambiamento più significativo.
Per molto tempo abbiamo considerato l’aria come qualcosa che semplicemente riempiva gli ambienti.
Oggi possiamo iniziare a conoscerne meglio le condizioni.
E ciò che possiamo conoscere può essere gestito con maggiore consapevolezza.
La vera rivoluzione è nell’aria.





